“Un prodotto da gara non è mai nato e non può nascere in una grande catena di montaggio.”

Tomaso Ancillotti

Ci sono persone e marchi che hanno fatto storia. Idee, intuizioni, scelte che hanno segnato il tempo. Uno di questi è sicuramente Ancillotti, un brand italiano che ha saputo scrivere pagine di storia nel panorama mondiale della Mtb. Come sempre dietro a grandi cose ci sono persone di carattere che portano avanti i propri ideali. Si potrebbe benissimo scrivere un libro tra aneddoti e vicende di questa Azienda. Abbiamo avuto l’onore di scambiare alcune domande con Alberto Ancillotti ed il figlio Tomaso che continua a produrre e commercializzare telai artigianali di alta gamma. Buona lettura.

Quando è nato il marchio Ancillotti e come mai?
Alberto: Il marchio come lo conosciamo oggi è nato nel 1965, anche se l’apertura della prima officina meccanica Ancillotti affonda le sue radici al 1907 quando la prima generazione, il mio bisnonno Ernesto, passò dalla trazione a cavalli a quella motorizzata per il suo servizio di trasporti, dando il via ad una tradizione meccanica arrivata fino ad oggi: il figlio Gualtiero, io ed adesso Tomaso.

Puoi spiegarci l’origine del logo e quale è la filosofia del marchio?
Alberto: Il logo rappresenta uno scarabeo con ali spiegate, l’ispirazione mi venne dal frontone di una piramide egizia decorativa, posta nel parco delle Cascine, nel cui lungo vialone andavo a provare le Lambrette e le prime moto preparate, che poi divennero da fuoristrada. Lo scarabeo per gli egizi oltre ad animale sacro, era anche portafortuna, oltre a sapersi arrampicare molto bene in fuoristrada!

Quando avete iniziato a produrre le prime biciclette e perché questo passaggio dalle moto alle due ruote e pedali?
Alberto: Il passaggio dalle moto alle bici, dopo la chiusura dello stabilimento industriale di Sambuca Val di Pesa dovuta alla crisi del mercato fuoristrada ed all’arrivo in forze dei giganti giapponesi prima sui mercati esteri e poi su quello nazionale, non fu immediato, il mio risveglio “meccanico” (dopo una parentesi mineralogica) fu dovuto alla pressante richiesta di Tomaso di costruirgli una bici. Questa bici non poteva che essere “full” e con il Pull Shock, nella quale avrei riversato tutta la mia esperienza. Questo spiega perché la prima Scarab costituisce un caso unico: aveva già nel 1991, tutti i requisiti tecnici e geometrici di una bici moderna, non a caso nel ’93 vincemmo il primo Mondiale con la Bonazzi ed il primo bronzo col “veteran” Orlando.

Vi considerate il tipico esempio di genio e passione Italiano?
Alberto: Penso che tutto quello che abbiamo fatto, segnando il progresso tecnico e sportivo sia in campo motociclistico, dove il marchio è già un mito, che in quello della MTB, stia a dimostrarlo!

Quando è stata la prima gara dove ha partecipato una Mtb Ancillotti? Da quanti anni siete sui campi gara? 
Tomaso: Buti, Campionato Italiano anno ’92, avevamo affidato la nostra prima bici a Lorenzo Orlando, ex pilota di motocross che era gia stato ufficiale sulle moto di mio babbo, nonostante la sua velocità purtroppo dovette dare forfait per una foratura nella prima manche e una ruota piegata nella seconda, andava troppo forte per i componenti di allora! Dal ’92 diciamo che non abbiamo mai mollato!

Quale è stata la vittoria più bella? E quella più difficile?
Tomaso: Senz’altro la vittori a di Brook MacDonald al mondiale a Canberra.

Come avviene la produzione dei telai Ancillotti?
Alberto: Coniugando diversi fattori: l’inventiva artigianale, i moderni mezzi della lavorazione, controllo numerico, autocad ecc.. e mezzo secolo di esperienza di telaistica e sospensioni, non per niente siamo l’unica ditta che progetta, produce e sviluppa un proprio ammortizzatore!

Quale è la vostra forza o valore aggiunto rispetto ad altre produzioni?
Tomaso: Un prodotto da gara non è mai nato e non puo’ nascere in una grande catena di montaggio, ci riteniamo un reparto corse che mette a disposizione anche dei clienti una limitata serie di prodotti sviluppati e testati dai nostri piloti, senza guardare a logiche di marketing.

Secondo voi la forza e carattere vostri si riflettono sui vostri prodotti?
Tomaso: Si senz’altro, cerchiamo sempre di mettere sostanza e poca “fuffa” nei nostri prodotti.

Come mai non vi avvicinate al carbonio? Sappiamo che negli anni scorsi avete fatto dei prototipi ma continuate a produrre biciclette di alta gamma in alluminio. 
Alberto: Sì già nel ’93 facemmo un monoscocca in carbonio kevlar con il quale disputammo tutta la stagione che stupì per la sua linea, poi una Scarab del tutto uguale a quella in alluminio per rilevare appunto vantaggi e svantaggi rispetto a quest’ultima, costatando che la maggiore flessibilità del carbonio aiutava le sospensioni ed il confort ma andava a detrimento della precisione di guida e della resa sulla pedalata, per ottenerla alla fine si pareggiava il conto in peso con quella in alluminio, per non parlare della limitazione nelle taglie. Certamente il carbonio ha il vantaggio della velocità di realizzazione e senz’altro piu’ adatto a chi deve fare i numeri.

Negli anni sei sempre riuscito a trovare giovani ragazzi delle grandi potenzialità. Ti consideri un talent scout oppure è solo una questione di fortuna?
Tomaso: In questi anni ho imparato che la fortuna esiste ma non basta,  perché il pilota oltre ad avere occhio per trovarlo bisogna anche saperlo far crescere, cosa non facile per tutti. Devi possedere una ricetta personalizzata al suo carattere, al suo stile di guida, senza mai stressarlo troppo. Deve crescere ma senza mai smettere di divertirsi nel contempo! Credo che la dedizione e la costanza che ci abbiamo sempre messo io e mio padre nell’essere così a contatto con il mondo gare, ci ha portato a raccogliere tali frutti. Se sei presente sempre sul campo gara e lo segui molto da vicino riesci a captare molte cose che stando al di fuori non riesci a vedere.

Chi è l’atleta o gli atleti più meritevoli che hai conosciuto e perchè?
Tomaso: Difficile dirlo avendo attraversato cosi tante generazioni e nazionalià di piloti, senz’altro i piloti stranieri soprattutto francesi, cito Dola, Bruni padre, lo stesso Vergier padre, Prost, ci hanno dato col loro stile di guida oltre al risultato, un grande contributo allo sviluppo delle bici nei primi anni, ma dobbiamo molto per il nostro palmares anche agli inglesi con due medaglie di argento consecutive ai mondiali con la Fionn Griffiths, prima di arrivare agli “oceanici” e poi a Johannes.

 

Quale è la differenza sostanziale fra un atleta di oggi ed un atleta di qualche anno fa? E quale è un valore difficile da trovare al giorno d’oggi?
Tomaso: Credo che tra il pilota di ieri e quello di oggi, cambi la quota di importanza della componente: dote naturale, rispetto a quella della prestanza fisica di ieri. Per questo piu’ grande è il vivaio più possibilità ci sono di trovare fuoriclasse. Per il valore, difficile trovare un pilota che vada forte e che ti sappia anche trasmettere impressioni tecniche.

Hai qualche bell’aneddoto da raccontarci dentro e fuori la pista?
Tomaso: “Brook hai fatto BMX?”. “No Rugby!”. Quando era venuto a casa nostra ed aveva fatto il primo giro nel campetto notammo il suo modo di affrontare i salti e le cunette la domanda quindi sorse spontanea: ”Ma tu vieni dal BMX”? “Veramente” disse “Io ho fatto rugby fino a poco fa…”.

A livello personale cosa ti da soddisfazione e cosa non riesci a sopportare?
Tomaso: Sicuramente la soddisfazione dei nostri clienti e i risultati sui campi gara sono i fattori senz’altro piu gratificanti. Quello che non sopporto è quando non viene apprezzato il lavoro e gli sforzi che facciamo verso i piloti.

Riesci a ritagliarti del tempo fra i tuoi impegni per poter andare in bici?
Tomaso: Si per fortuna, non molto però, vorrei davvero avere piu tempo per questo che è anche un ottimo motivo di testare, provare e capire come fare a migliorare sempre i nostri prodotti, affidarsi sempre e solamente ai piloti credo che sia una cosa sbagliatissima, toccare con mano è decisamente meglio!

Quale è la tua gioia poi grande di tutti questi anni? E se c’è quale è la delusione?
Tomaso: Sicuramente il mondiale vinto con Brook MacDonald a Canberra (Australia) nel 2009, è stato l’apice di una serie di lunghi anni di duro lavoro sui campi gara che ci ha insegnato a capire molto. La delusione? In venticinque anni di gare e specie in questo settore che puoi perdere più di quello che puoi vincere, per una serie di mille variabili che ci sono in questo sport.  Sicuramente il mondiale perso con George Brannigan nel 2010 a MSA, al penultimo intertempo era secondo dietro a Troy Brosnan di pochi decimi e avrebbe potuto davvero farcela ma una scivolata nell’ultimo bosco lo ha messo fuori dai giochi, peccato davvero.

Secondo te come si potrebbe migliorare la Mtb in Italia. Ci sono dei punti di forza e quali sono le lacune dal tuo punto di vista?
Tomaso: Credo che in Italia montagne, colline e sentieri non mancano, non siamo in Olanda (per esempio) dove c’è la limitazione morfologica. Quello che manca in Italia è senz’altro una cultura rivolta a fare tutti gli sport e non solo il calcio! Credo che l’incremento di bike park in Italia, seguito da strutture tipo pump track siano senz’altro il futuro per nuove generazioni come ormai avviene da piu di trent’anni per esempio in Francia! Il traino mediatico di un atleta italiano che si affermasse in campo internazionale ad altissimi livelli, gioverebbe non poco ma prima bisogna guardare ai numeri.

Siete stati contestati per la scelta di prendere una pausa dal DH a favore dell’Enduro come mai? 
Tomaso: È stata una scelta davvero difficile e molto combattuta ma inevitabile, come fu nel 2010 quando prendemmo quella di rinunciare con il team da world cup, ma scaturita da diversi fattori. La nostra realtà è microscopica se paragonata a tutti i colossi che ci sono la fuori, purtroppo non ci permette di essere presenti su tutto. Seguire per me in prima persona, il settore enduro e discesa era diventato insostenibile (non mi piace delegare), inoltre dopo 25 anni di dh avevo voglia di fare nuove esperienze e di mettermi in gioco in un settore nuovo ma che ha molto in comune con quello che abbiamo assiduamente seguito in questi anni. A distanza di un anno da quella scelta siamo pienamente entusiasti di aver intrapreso questa strada. Ritengo sempre che la dh è uno sport bellissimo, indispensabile per maturare tecnicamente a livello di pilota. E’ un peccato, ma è inutile negare che il “mezzo da discesa” in quanto fortemente specializzato, è stato colpito più di quelli  polivalenti, dalla crisi.

Cosa serve al giorno d’oggi per andare veloci nel Downhill?
Alberto: Per andare veloci oggi  ad alto livello occorrerebbe svecchiare i nostri percorsi e renderli piu’ simili a quelli che si devono affrontare in coppa e soprattutto aprirsi anche a nuove moderne tecniche formative/preparatorie, per far progredire di più i nostri già pochi piloti talentuosi, come fanno del resto gli altri paesi, in primis la Francia. La figura di un coach, presenti in ogni altro sport, che li accompagni nel percorso di scoperta delle proprie potenzialità e nel rafforzamento psicologico a tutti i livelli sia un fattore molto importante.

Cosa vuol dire Enduro secondo la filosofia Ancillotti?
Tomaso:  Andare in bici e viverla a 360 gradi come abbiamo sempre fatto, ricordo i primi anni che facevo gare di discesa durante la settimana con la bici andavo a fare proprio quello che si sarebbe poi chiamato enduro, salivo pedalando per andare a cercare e godere del divertimento in discesa scoprendo sentieri sempre nuovi!

Avete visto crescere questo sport giorno dopo giorno, secondo te quale sarà il prossimo step nel settore della mountain-bike?
Alberto: penso che il periodo pioneristico della MTB con i suoi variegati spesso stravaganti esperimenti tecnici, abbia avuto la sua selezione naturale e sia terminato da un pezzo, si va verso una standardizzazione, l’affinamento esattamente come è successo nella moto. Per quanto riguarda la guida si continua a progredire ed andare sempre più forte nella Dh ma non solo, bisognerà cominciare a metter mano in maniera piu’ decisa alla sicurezza dei percorsi ed alle protezioni, l’incolumità dei piloti va posta sopra ogni cosa, ed io mi sono sempre battuto, in ogni sede, perché questo avvenisse!

Cosa pensi del marketing nel mondo delle ruote grasse?
Tomaso: Eh, che a volte fa dei danni… haha…

A livello di gare avete novità per la stagione 2018?
Tomaso: È ancora presto per annunciarlo ma sicuramente seguiremo la linea della stagione 2017 che ci ha visti assoluti protagonisti nelle categorie giovanili piu importanti vincendo Campionato Italiano e Superenduro con Simone Pelissero (Allievi) e Matteo Saccon (Junior).

Quali sono i principali progetti per il futuro a livello di prodotti, puoi parlarne?
Tomaso: Come da sempre è stato sulle biciclette Ancillotti non ci sono mai stati grossi stravolgimenti, sempre piccoli affinamenti continui che ci hanno portato ad accumulare tantissima esperienza in materia. La scelta dell’enduro è stata l’apertura anche a nuovi orizzonti e nuovi obiettivi da raggiungere e questo per noi è sempre molto stimolante.

Vedremo mai una Ancillotti e-bike?
Tomaso: Rimettere un motore su uno dei nostri mezzi è sempre stato un sogno, per il momento siamo molto vincolati dagli ingombri che ci impediscono di fondere il Pull Shock (che non vogliamo assolutamente abbandonare) ed i classici motori elettrici tipo Bosch/Shimano che sono molto ingombranti nella zona movimento centrale ed è quella dove si articola il nostro sistema di sospensione ma una E-FRY è una cosa a cui continuiamo sempre a pensare.

Chi vuoi salutare o ringraziare?
Tomaso: La lista sarebbe lunga ma sicuramente tutti i ragazzi del team, i clienti Ancillotti e tutti gli sponsor che ci danno un continuo supporto e fiducia sul campo gara! E sicuramente Welovetoride che ha la stessa nostra pelle e che si è fatto notare ed è cresciuto sul campo.