“Le donne in Mountain Bike non ‘stonavano’ come sulla bici da strada, anzi sembrava una due ruote fatta proprio per loro.”

Giovanna Bonazzi

Non servono parole per presentare una persona così grande che ha dato prestigio alla Downhill Italiana ed ha contribuito alla sua crescita. Lasciamo spazio a Giovanna Bonazzi che con umiltà e passione ha deciso di raccontarsi in questa bellissima intervista. Ci auguriamo che queste parole possano essere d’ispirazione per tutti gli amanti di questo sport così unico.

Come ti sei avvicinata alla Mtb? E’ stata una scelta o per puro caso e come mai hai iniziato a gareggiare?
Nel 1988 ho conosciuto una fantastica persona che sarebbe poi diventata mio cognato: Princivalle Claudio per tutti Princy. L’ho conosciuto inizialmente per il suo famoso laboratorio di riparazione sci, che poi in estate si trasformava in negozio di mountain bike. Prima mi ha dato gli strumenti per diventare maestra di sci, e poi un giorno d’inizio estate con mia sorella l’abbiamo accompagnato ad una gara di Mountain Bike a Bormio. Le donne erano pochissime e la prima, Linda Spiazzi, si era portata a casa un baule pieno di premi e mi sono detta ma perche no? Princy ci ha prestato una mtb e quell’anno ho subito vinto il primo Campionato italiano di Mountain Bike Cross Country a Bassano del Grappa. A dir la verita il mio sport preferito era lo sci, in cui pero bisogna emergere da giovanissimi, ma visto che avevo vinto la maglia tricolore, mi è “toccato” continuare!

Quando hai iniziato tu come erano viste le donne in bici?
Le donne che oggi girano in bici, sia da Mountain Bike che da corsa, non si rendono conto che prima della Mtb le donne in biciclette, diverse da quelle da città, erano sempre viste come delle mosche bianche. Non era assolutamente frequente vedere delle ragazze con i calzoncini da bici (all’epoca rigorosamente neri), la maglia con le tasche posteriori e con la bici da corsa. Le potremmo paragonare a come si vede una squadra di rugby o calcio femminile, senza nulla togliere a questi magnifici sport. Sono considerati sport prettamente maschili, almeno in Italia. Ma la Mountain Bike arrivata in Italia a fine anni ’80 era una bici gia unisex: le donne in mountain bike non “stonavano” come sulla bici da strada, anzi sembrava una due ruote fatta proprio per loro. Con la Mountain Bike sono poi arrivati i colori nell’abbigliamento tecnico e quindi negli ultimi quindici anni anche abbigliamento da bici con taglie e forme dedicate. All’inizio era anche difficile trovare bici di misura piccola, direi che i telaisti erano in difficoltà a produrre telai in cui per esempio, il piede non si incastrasse nella ruota davanti girando il manubrio. Molte biker per allenamento hanno cominciato ad andare in bici da corsa e quindi ormai piu a nessuno sembra strano vedere una donna in bici da corsa o mtb.

Come erano le prime gare a cui partecipavi? Ed i percorsi?
Le gare del 1988 erano una specie di enduro: c’era la mattina un percorso di 20-30 km da fare entro un tempo stabilito come la regolarita, poi il pomeriggio una prova speciale a cronometro di 5-6 km dove si partiva uno alla volta e veniva preso il tempo. Chi ha corso in quegli anni, ricorda soprattutto l’ambiente, per nulla professionistico, solo tanto divertimento e passione, molti dormivano come me in furgone o in tenda e nascevano delle belle amicizie. I percorsi erano proporzionati alle bici che avevamo, ma direi che quando tu vai al 100% con una bici rigida, oppure al 100% con una bici biammortizzata moderna, a parte la velocita maggiore, sei sempre al 100%.

Quale è stata la tua prima vittoria? A quando risale?
La prima vittoria importante e stato il primo Campionato Italiano dell 1988 a Bassano del Grappa (Vi). In quell’anno l’atleta da battere era Linda Spiazzi, vinceva tutto e poi Paola Pezzo. Per questa gara la parte di regolarità era il giorno prima e quindi il percorso l’avevamo già provato. Io parto a cronometro dietro Paola e Linda, prima passo Linda che aveva bucato credo, ad un certo punto passo Paola in discesa e ci ritroviamo a fare della salita insieme. Princy, che aveva fatto anche il dilettante, mi aveva detto: se ti trovi in due in salita e state facendo fatica insieme tu scatta prima di scollinare facendo credere che ne hai ancora e vedrai che il tuo avversario si demoralizza e lascia… Beh l’occasione è arrivata, il percorso me lo ricordo, c’e’ una rampa dura e poi si scollina, questo è il punto per mettere in pratica la teoria. Quindi allungo, ma invece di scollinare c’e’ ancora salita accidenti e non ne ho piu! Ma qui interviene la caratteristica piu importante della mia carriera, la grinta che è quella marcia in più quando hai finito la benzina! Quasi sempre riuscivo a rendere in gara molto di piu che in allenamento.

Chi era il trio Bonazzi, Spiazzi, Pezzo?
Pronunciati con l’accento veronese (esse al posto delle zeta) i cognomi sono tutti un programma! Siamo state le italiane piu forti per moltissimi anni, la fatalità è che siamo tutte e tre di Verona. A dir la verità non ci siamo mai trovate ad allenarci insieme non tanto per rivalità, ma per la distanza e con cui abitavano l’una dall’altra. Però il fatto di scontrarci in ogni gara ci ha fatto crescere molto velocemente anche in campo internazionale. Ad un certo momento, dopo il primo Mondiale, io mi sono dedicata solo alla discesa e Paola e rimasta nel cross country. Tanto che nel 1993 ci siamo portate a casa il mondiale ognuna nella sua specialità. Linda era fortissima, ma ha avuto nella sua carriera la “sfortuna” di trovarsi tra i piedi io e Paola. Linda era una discesista formidabile, nel ’91 solo qualche mese dopo aver dato alla luce Giacomo, allattandolo durante le risalite in macchina era riuscita arrivare nelle top 10 al Mondiale. Sono sicura che altrimenti ce lo saremmo giocata io e lei.

Se dovessi fare un confronto con le ragazze che corrono oggi, quale è la differenza maggiore tra i tuoi anni ed adesso?
Nell’88 per vincere il campionato italiano ci allenavamo due volte a settimana, poi negli anni successivi, tre e poi quattro fino a che in qualche anno per restare ad alti livelli ci si allenava tutti i giorni e poi la maggior parte di noi iniziava ad andare in bici da adulto. Per noi il passaggio e stato graduale, chi comincia a gareggiare adesso deve subito pensare ad allenamenti frequenti e ci si scontra subito con delle professioniste (almeno dal numero e quantità di allenamenti) e quindi credo sia facile scoraggiarsi quando si cominciano a fare delle gare, perché il livello è da subito molto alto ed i percorsi impegnativi.

Cosa ne pensi dello stato attuale del Downhill Femminile in Italia?
Attualmente ci sono cinque ragazze che stanno andando veramente forte. Una buona cosa per alzare il livello e spronarsi a vicenda. Tutte le nazioni che hanno diverse atlete veloci di conseguenza hanno ottime possibilità di crescita. Sono molto contenta di vedere le azzurre entrare nella Top 10 in Coppa del Mondo! Rispetto a noi c’è una grossa differenza da come ci allenavamo. L’allenamento specifico lo facevamo alle gare, magari il venerdì, perché c’era l’ambulanza, le risalite e tutto disponibile. Ora invece con i bike park hai modo di allenarti sempre e più spesso. Certo che girando di più aumenti i rischi di farti male quindi bisogna stare attenti.

Quale è stato il tuo traguardo più bello nella vita e nello sport?
Nella vita sicuramente la nascita di mio figlio Eddy, la gioia che si prova ad avere e crescere un figlio è totale. Per una donna sportiva questo momento arriva quasi necessariamente a fine carriera e con la fatica che si fa a gestire un bambino piccolo ammiro tantissimo le mamme sportive in attività. Sportivamente parlando sicuramente il primo mondiale de Il Ciocco (Lucca) nel 1991, cosi inaspettato è stata la soddisfazione piu grande.

Sei un’icona e riferimento per molti, tu come ti vedi?
Mi sento un pò di custodire la storia di questo sport, sia come agonismo che come sviluppo del mezzo e della tecnologia. Mi piace, quando vedo una bici degli anni ’90, indovinare di che anno è!

Nel downhill conta di più l’atleta o il “personaggio”?
L’atleta senza personaggio puo esserci, può anche diventare Campione del Mondo, ma presto ci si scorda di lui. Ma il personaggio deve anche essere atleta! Chi è davvero personaggio ci nasce, John Tomac, Greg Herbold, Missy Giove. Anne Caroline Chausson, che ha collezionato piu di 10 titoli mondiali non e mai stata un personaggio perche di carattere è molto riservata.

Hai un bel aneddoto da raccontarci che ricordi sempre con piacere?
Quando correvamo noi ci trovavamo le sponsorizzazioni per pagarci i viaggi. Ovviamente meno spendevi e più ti rimaneva in tasca! Mentre adesso ci sono i prezzi fissi per le portarsi dietro attrezzature in aereo, una volta pagavi a peso e quindi non sapevi mai quanto avresti speso. Quando eravamo a Malpensa avevamo imparato insieme agli altri ragazzi di “alleggerire” le borse prima di andare allo sportello bagagli ingombranti per poi rimettere dentro la roba al check-in cosi da risparmiare. Ricordo una volta che in USA mi avevano dato dei prodotti da provare ed al ritorno avevo una borsa 100Kg! La tipica poliziotta un pò in carne mi aveva detto che non potevo andare da nessuna parte con una cosa cosi. Allora avevo portato le chiavi della cassetta in cabina, visto che si poteva. Ed ho dovuto dividere con gli altri i pezzi per alleggerire il bagaglio.

Secondo te si è perso per strada qualcosa ai giorni nostri rispetto a voi pionieri di questa disciplina?
Sicuramente la genunita dei primi anni in cui si correva: la bici era una sola per il cross country e per la discesa: i piu fortunati avevano una forcella ammortizzata che all’occorrenza montavano la sera prima di fare la discesa, ma devo dire che ai Mondiali Master ho riassaporato quell’amicizia e disponibilità degli anni d’oro.

Pier Paolo “Pippo” Marani

Ti sei anche cimentata con i record di velocità. Vuoi parlarci di questa tua esperienza?
Un corridore francese Christian Taillefer mi aveva proposto di fare un record sulla neve insieme a lui. L’anno prima l’aveva fatto ed aveva avuto un successo incredibile. Ho messo insieme degli sponsor perche l’iscrizione era carissima e mi sono buttata nell’impresa. Si perche i record di velocità sono stati una vera e propria impresa: tutti i pezzi della bici erano particolari: il casco ero andata a prenderlo fino in Svizzera e avevo fatto una montagna di km in macchina per recuperare tutti i componenti. Per il record servono delle condizioni ottimali di temperatura e di neve percio era stato rimandato un paio di volte, allora avevo avuto il tempo di ‘rivestire’ la mia bici di serie con una carenatura in vetroresina e carbonio con un accattivante design di un simpatico aquilotto. Abbigliamento, bici, casco (la grafica) erano stati tutti relizzati ‘in casa’ con l’aiuto di amici e con il supporto degli sponsor. Era stato un lavoro full time senza sosta di quasi tre mesi. La particolarita dei record di velocita è che non puoi provare niente: a parte la pista del km lanciato sulla neve di Vars infatti non c’e nessun altro posto dove puoi superare i 100 all’ora in bici e quindi deve esserci solo una preparazione mentale. Con il record pero ero andata a tante trasmissioni televisive e c’era chi mi riconosceva per strada, cosa che non mi era mai successa con tutto quello che avevo vinto con le gare “normali”. La seconda volta nel 1996 invece eravamo due concorrenti a provare a fare un nuovo record del mondo. Ero stata anche in galleria del vento dell’Acquacetosa a Roma, ma la posizione e la tuta della mia amica rivale avevano avuto la meglio. Ricordo di aver spatolato e rimosso con la levigatrice quasi 10 kg di stucco metallico dalla carenatura per poter fare lo stampo in vetroresina sotto la direzione ed aiuto di un fabbricante di carene per moto di Verona ‘ZAMBO’.

Come mai hai deciso di ritirarti dalle competizioni come professionista?
In realta non ho deciso di ritirarmi, semplicemente per la stagione 2000 non sono piu riuscita a mettere insieme il budget necessario per pagarmi tutte le trasferte che come ogni corridore sa sono a carico o dell’atleta stesso o della squadra. Mi sarebbe piaciuto fare ancora un altro anno, per poter fare una bella festa di fine carriera.

Sei sempre stata avanti come mentalità. Come gestivi la tua immagine con sponsor e media?
Soprattutto in questo campo sono stata una pioniera: sono stata la prima a correre negli Stati Uniti e viaggiando con i colleghi stranieri avevo imparato a farmi un book con tutti i risultati delle gare e la mia presentazione. Ora è molto facile, basta cliccare quello che vuoi su internet, si fa un po di copia e incolla ed il gioco e fatto, ma nel ’92 non si poteva copiare da nessuno perche nessuno aveva mai fatto nulla del genere e per stampare 10 pagine ci voleva quasi una giornata. Mi sono gestita quasi tutta la mia carriera da sola tenendo contatti personali con gli sponsor e mandando a tutti i fax di cosa avevo fatto e i miei risultati: ci voleva una mattina intera per mandarli a tutti non come un email e via. Con la macchina facevo piu di 50.000 km all’anno tra trasferste e visite agli sponsor o per andare a recuperare i pezzi speciali o prototipi da montare. Inventare è sempre difficile, copiare e molto piu veloce.

Ora sei una mamma full-time di un bel bambino? Anche lui si è appassionato alle due ruote?
Un figlio è proprio il completamento di una coppia, ed è una gioia che nessun successo sportivo e nient’altro ti puo dare. Certo che il tempo da dedicargli è tantissimo e non so come fanno quelle mamme che riescono subito a risalire in sella e ricominciare a gareggiare con dei figli: sono davvero da ammirare. Anche se fin da piccolo ha sempre usato le due ruote a partire dalle bici senza pedali, è solo da un paio d’anni che si sta dedicando alla Bmx. Dopo avero accompagnato qualche volta, invece di infreddolirmi ad aspettarlo, con il suo consenso dell’allenatore mi sono messa anch’io nel gruppo dei bambini cosi almeno un paio di volte a settimana ora faccio un po di movimento. Ci tengo che quando fa uno sport ci metta impegno, ma il risultato non mi importa: alla fine di tutto e di una carriera sportiva posso dire che lo sport deve essere passione e divertimento, se poi diventa una professione ben venga, ma i ricordi che mi rimangono nel cuore sono di essersi divertiti e di aver fatto quello che piace.

Da anni gestisci una gelateria nei pressi di Verona. Un bel impegno da portare avanti con passione?
Ho con mio marito una gelateria a Parona alle porte di Verona, “La Parona del gelato”. Il gelato è stato sempre il mio cibo favorito e anche quando gareggiavo, cercavo sempre una gelateria in tutti i posti del mondo dove andavo. Tutti i lavori sono impegnativi soprattutto quelli in proprio. La gelateria è un lavoro stagionale dove devi essere presente tutti i giorni da febbraio a fine ottobre, chi ha provato a fare un lavoro sette su sette per qualche mese sa di che cosa parlo. Poi però c’è un bel periodo di stop. Lo sforzo maggiore però è quello di riuscire a non assaggiarli tutti tutti i giorni, nonostante siano piu di dieci anni che ho quest’attività i gelati non mi sono ancora venuti a noia anzi…

Ora ti cimenti in altre competizioni. Vuoi parlarci dei titoli vinti con la tua attività di gelateria?
Ho fatto qualche concorso, in particolare un paio di anni fa abbiamo vinto il Campionato d’Europa del Gelato Festival con il gusto “Sbrisolona del 12 Apostoli, con Recioto bianco”. Anche se e stata una competizione culinaria ho messo a frutto tutta la grinta ed esperienza che ho accumulato nei miei anni di carriera sportiva. L’anno dopo siamo arrivati “solo” terzi su una scrematura di quasi 100 gelatieri con il gusto “Cappuccetto rosso”.

E soprattutto come nasce un buon gelato? Puoi parlarne oppure è un segreto?
Ogni gelatiere dice di avere un segreto, ma per fare un gelato buono ci vogliono gli ingredienti buoni e delle buone idee, ma quello che fa la differenza sono: la disponibilità a raccontare al cliente cosa stanno mangiando ed un sorriso quando si da il gelato, oltre che alla pulizia e accoglienza del locale.

Riesci a trovare il tempo per allenarti ancora ed uscire in bike?
Questo lavoro è davvero fisico e nelle pause preferisci riposarti. Quando Eddy era piccolino poi tutto il tempo libero dal lavoro lo occupava lui. In inverno però nelle vacanze approfittavo per fare dei bei giri in bici, solo che sul più bello che ricominci a far girare un pò le gambe  smettevo completamente. La bici a differenza per esempio dello sci che quando ricominci sai sempre sciare, tutte le volte che smetti anche per poco tempo devi ricominciare da capo ed è veramente frustrante. Lo scorso anno però con mio marito ci siamo comperati un’e-bike ed ho ricominciato a girare. L ‘e-bike ti permette anche con un minimo di allenamento di divertirti e di avere quella sensazione di liberta di girare che hai solo quando sei molto allenato.

Hai altre passioni oltre alla Mtb? Quali?
Sciare e proprio la mia passione. Ora che anche mio figlio comincia ad andare bene sono tornata a divertirmi davvero tanto. Mi piace davvero tanto anche viaggiare, con il lavoro che facciamo abbiamo la possibilita in invero di vedere posti davvero magnifici.

Cosa pensi di questa nuova ondata di e-bike?
L’e bike mi ha stregato, mi ha dato la possibilita di ritornare in sella e di divertirmi, di porter rispondere agli amici che ti dicono dai vieni a fare un giro con noi. SI! Vengo anch’io! Con l’e-bike non ti devi preoccupare se per una settimana o piu non sei riuscito ad uscire a far allenamento, per pioggia, per impegni e quando rimonti in sella vai come prima. Se non sei proprio in forma (perché hai mangiato troppi gelati) non è cosi frustrante. Anzi a chi piace la discesa anche la salita diventa divertente, perché con l’e-bike diventa tecnica e da guidare come la discesa. Giro dopo giro puoi imparare a non mettere piu il piede a terra nei passaggi estremi in salita. In discesa poi non ti accorgi di avere il motore, ti sembra di avere una bici normale.

E dell’Enduro come vedi questa disciplina che ha raccolto molti consensi dal pubblico?
Quest’inverno, mentre ero in vacanza, mi ha chiamato Gianluca Bonanomi e mi ha detto: dai vieni che facciamo un team perché c’e un circuito di enduro e-bike, sono solo quattro prove. Con il consenso di mio marito, ho risposto subito di si. E cosi ora faccio parte della Pro-M E-enduro Team, capitanato da Gianni Biffi che mi ha dato la possibilta di sentirmi ancora Giovanna Bici e non Giovanna la gelataia. L’ambiente sembra quello genuino dei primi anni ’90, anzi per la verità nella lista di partenza ci sono molti nomi di quegli anni con qualche ruga in più, ma con lo stesso spirito di sana competizione dove il divertimento viene prima di tutto.

L’anno scorso hai deciso di ritornare alle competizioni in occasione del Mondale Master in Val di Sole. Come mai questa scelta?
Quando a Giugno lo scorso anno ho preso l’e-bike, sono stata a Montecreto al Funky day e Pippo Marani mi ha convinto a rimettermi in gioco. Prima di dirgli di si sono andata pero un paio di volte a provare a vedere se riuscivo ancora a venire giu senza scendere a piedi da un percorso cosi impegnativo come la Black Snake, perche era praticamente dal Mondiale del 1999 che non gareggiavo ed andavo piu in discesa.

Come è stata questa tua esperienza in Val di Sole?
E stata un’ esperienza fantastica di quelle che ti rimangono nel cuore per sempre. Una sfida contro me stessa e contro la Black Snak: una pista quella della Val di Sole veramente durissima da reggere da cima a fondo. Quando avevo visto il percorso da spettatrice nel Mondiale 2008 e in un paio di Coppe del Mondo avevo pensato che non sarei più riuscita a venire giù di li in sella ad una bici senza scendere a tratti a piedi (il che e già difficile): troppe radici, troppi sassoni, troppo verticale, troppo dura, troppo tecnica, troppo tutto. Quindi è stata una vittoria non tanto il risultato, ma solo pensare di tornare in sella ad una dh dopo ben 17 anni dal mio ultimo mondiale di Are nel ’99. Con la forma fisica che mi ritrovo è stata veramente dura, tra l’altro il fatto di aver sempre corso durante la mia carriera con alle spalle un ottimo allenamento sia in palestra che in bici e di sentirsi fisicamente a posto è stato un ostacolo a ricominciare perche hai la consapevolezza che senza allenamento i rischi aumentano notevolmente, ed in più la carta d’identità ha decretato i cinquanta anche per me! Una preparazione di neanche tre mesi, nel pieno della stagione dei gelati e scendere tutto di un fiato dalla Black Snake è stata davvero una sfida! Poi del tempo che ho staccato sono davvero soddisfatta: avrei potuto fare meglio solo se il percorso fosse stato diviso in due o tre manche con la somma dei tempi!

Corrado Herin, Paolo Alleva, Giovanna Bonazzi, Ernesto Pedroni.

Ora quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Quest’anno parteciperò alle quattro prove dell’ E-enduro e magari a qualche gara di Bmx approfittando di portare mio figlio.
In Settembre invece andrò in California a Mammoth Mountain per la Legend of the Kamikaze dove potrò rincontrare vecchi amici. La settimana dopo al The Marin Museum of Bycling ci sara la premiazione di chi andra quest’anno nell hall of fame, io sono candidata, speriamo proprio di entrare a farne parte. Avrò anche l’occasione di ripercorre i sentieri delle origini della Mountain Bike!

Chi vuoi salutare o ringraziare?
Un saluto lassù nel cielo a mio cognato Princy, che mi ha messo in mountain bike nel lontano 1988 e mi ha poi seguito come meccanico, cuoco, massaggiatore, consigliere, etc. etc., per gran parte della mia carriera. A mia sorella Lucia che l’ha lasciato venire con me in giro. I miei genitori, in particolare mia mamma che e mancata poco tempo fa.
Sembra banale ma vorrei ringraziare tutti gli sponsor che mi hanno permesso di correre, senza di loro lo sport non esisterebbe. Lasciatemi ringraziare anche Gianni Biffi di Pro-m che mi ha fatto rivivere la sensazione di essere una Pro con il team di e-bike, ma con lo spirito giusto, senza lo stress della prestazione con un solo obiettivo, divertirsi.

Ci auguriamo con tutto il cuore che queste parole bellissime possano essere lette ed apprese da tutti, soprattutto i più giovani. Perché è grazie a persona come Giovanna se la Mtb è quello che è: uno sport fantastico fatto da grandi persone.


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