“Mi è sempre piaciuta roba veloce fin da bambino grazie alle radio rock della zona.”

Michele Pedroni

Non molti lo sanno ma l’Hardcore è l’abbreviazione di Hardcore Punk, detto anche HC. Di cosa stiamo parlando? Di musica, più precisamente di un genere musicale nato in USA agli inizi degli anni ottanta. Un’evoluzione del primo punk rock ma con tematiche e filosofie differenti, basate su problematiche sociali, economiche, politiche ma anche ambientali. Niente di distruttivo, ma anzi ciò che contraddistingue l’HC è la coerenza e la costruttività nei testi delle canzoni. La caratteristica principale di questo sound diretto è la velocità, i brani di durata ridotta ed un’avversione per i virtuosismi e le frivolezze. Un genere che non ha mai raggiunto il mainstream, soprattutto per scelta e protesta. Per questo molti gruppi hanno avuto un approccio alle produzioni e promozioni di tipo DIY, ossia Do It Yourself, Fai Da Te. Anche da noi questa musica ha trovato negli anni molti estimatori, soprattutto tra i ragazzi più giovani. Michele Pedroni è uno di questi, innamoratosi in giovane età di queste sonorità ha fatto della filosofia DIY la sua quotidianità, unendo la passione per la mtb alla voglia di costruirsi una bicicletta da downhill nel garage di casa. Ecco come un giovane ha saputo trasformare un sogno in una realtà tutta italiana, che ad oggi costruisce biciclette da discesa molto apprezzate tra gli atleti ed appassionati.

La mountain bike è una parte fondamentale della tua vita. Come hai conosciuto questo mondo?
Da piccolino ho sempre girato in bmx con mio fratello e i suoi amici. Facevamo naturalmente roba da chiodi che un bambino oggi non ha più la libertà di fare. Poi sono arrivate le mountain bike nella seconda metà degli anni ottanta. Da lì ho iniziato a guardare con interesse morboso una rivista che comprava mio papà. Trattava di triathlon e mtb ed ho fatto qualche gara di triathlon promozionale (le prime nel 1990 a 10 anni) poi ho iniziato a studiarmi bene tutti i giornali di mtb. Nel mentre giravo con la bici di mio papà (una Mistral) dietro gli argini dei fiumi, per fare salti con i miei amici. Nel 1993 me ne comprò una tutta per me usata. Un delirio, una bici in carbonio e alluminio a cui successivamente montammo una forcella ammortizzata ad elastomeri. Così ho iniziato a fare le gare di xc. L’anno successivo nel 1994 a quattordici anni, feci la mia prima gara di downhill nelle colline di Reggio Emilia a Quattro Castella, organizzata dal mitico fornaio Gualerzi. L’anno scorso ho fatto i venti anni anni di attività, detta così fa paura.

Come è nata questa tua avventura di progettista nel mondo delle mountain bike? Come è nato Pedroni Cycles?
In famiglia abbiamo questa cosa del “farci le cose da soli” che ci hanno trasmesso mio padre e mia madre. Negli anni novanta era difficile trovare qualsiasi cosa che fosse da discesa. Da lì l’idea di farcene una noi. La disegnai nel 1997. Andammo da un guru delle moto che ci fece scuola. Contattammo anche un artigiano e gli commissionammo un ammortizzatore rovesciato e una forcella. L’anno dopo era pronta. Un mostro. Decisamente fuori dagli schemi.

La tua prima officina è stata il garage di casa tua. Vuoi raccontarci gli inizi?
Abbiamo iniziato io, mio padre Ernesto e mio fratello Marcello. Abbiamo aperto l’azienda a mio nome mentre ero ancora in quinta superiore. Io e mio fratello operavamo e mio padre controllava quando tornava alla sera e ci dava una mano in tutto. I telai venivano realizzati in quest’officina delle moto, noi realizzavamo il resto, inclusi i tendicatena praticamente a mano e assemblavamo il tutto. Poi ci rendemmo indipendenti e tre anni dopo realizzammo l’Etilica Evo da soli.

Quale è stato il primo telaio che hai progettato? Che anno era e caratteristiche aveva?
La prima bici prodotta si chiamava Etilica. Il progetto era del 1997, il prototipo arrivò nel 1998. Era veramente avveniristica per l’epoca. In pista si trovavano bici da 150 mm o 180 mm di escursione. Noi provammo tante soluzioni poi ci siamo stabilizzati su un 200 mm anteriore e 245mm al posteriore. Lo schema lo inventai io e lo brevettammo, mentre nel 2000 debuttò in world cup.

Attualmente sei da solo in questo progetto tutto italiano, ci sono altre persone che ti aiutano e ti affiancano?
Nel 2010 mio padre e mio fratello non avevano più lo spazio e il tempo per seguire la cosa. Sono andato avanti da solo per un paio di anni, poi i fratelli Massimo e Federico Poli, mi hanno proposto di allargare l’idea e fare società insieme. Sono entrambi miei amici da parecchi anni, quindi non ci ho pensato due volte e abbiamo reso concreto questo progetto. Massimo è ingegnere gestionale, Federico è ingegnere Meccatronico. Abbiamo preso con noi Gianni Bonfatti che è un saldatore con venti anni di esperienza sui telai da bici. Siamo un bel team.

Gli italiani sono famosi per aver creato auto e moto bellissime oltre che veloci. Credi che il made in Italy sia un valore aggiunto per un prodotto?
Noi italiani siamo disordinati, ma è indubbio che abbiamo voglia di fare. Questione di mentalità e di cultura. Il made in Italy parte da lontano, da come un padre cresce un figlio. Ma la tv, i computer ed i cellulari, questi intrattenimenti di cui si abusa, stanno azzerando le nuove generazioni. Talenti sprecati davanti a degli schermini blu. Bravissimi a schiacciare i tastini. Impossibilitati a fantasticare. Troppa roba, troppe informazioni hanno la sensazione di sapere già tutto, di avere già visto tutto. Non colgono i piaceri semplici. Sono pieni di confezioni senza il contenuto. Non capiscono perché la roba se la dovrebbero meritare. Tutto questo penso sia l’antitesi per creare un buon artigiano. Il made in Italy potrebbe diventare raro nel giro di qualche generazione, spero di sbagliare e che rimanga con tutto il genio, la sfrontatezza e la passione che lo contraddistinguono.

Come avviene il processo produttivo in una piccola realtà come Pedroni Cycles? Come nascono e prendono forma le idee?
La parte dei progetti e delle dime è compito mio. Appena ho due minuti mi metto a lavorare sui progetti. Spendo moltissime ore (anche mesi) per affinare il comportamento del leveraggio affinché escano i dati della curva di progressione esattamente come voglio io. Poi da lì mi piace creare la predisposizione per delle varianti affinché il cliente finale possa, spostando una vite, cambiare radicalmente l’anima della bicicletta. Finita la parte progettuale e dei programmi cnc, si passa alla realizzazione delle dime di saldatura e alla fine, alla realizzazione del prototipo, poi iniziano i test.

Cosa vuol dire costruire una bicicletta veloce e performante?
Vuol dire conoscere a fondo il progetto a cui stai lavorando ed i materiali che hai a disposizione. Avere l’esperienza per farlo non è così scontato.Visto che sono anche il collaudatore mi viene più facile capire i dati che arrivano dal computer, anche se ogni tanto arrivano delle belle sorprese. La Lion e la Lupo 27”.5 hanno immediatamente superato le mie aspettative che, devo ammetterlo, erano piuttosto alte. Sono andato oltre la mia immaginazione, una sensazione difficile da spiegare.

Hai una preparazione scolastica in materia tecnico/meccanica? Credi che l’esperienza sia la migliore scuola?
Ho avuto una preparazione tecnica, ma rivolta alla facoltà di architettura. Ho fatto una scuola superiore molto stimolante. Tante ore ma tanto disegno e laboratorio. Ti insegnava un mestiere, e i professori stimolavano tanto. I miei amici sono tutti ingegneri, ma io mi son fermato lì. Avevo la sensazione di perdere tempo sui libri e ho iniziato a lavorare. Meglio avere una base di studio importante, ma l’esperienza non ha prezzo, è quella che fa la vera differenza; certe cose non le puoi studiare, non sono scritte da nessuna parte, vuol dire avere già le risposte in tasca. Si può impostare il lavoro in un terzo del tempo, forse meno. Poi se mi si presenta un calcolo particolarmente complesso delegato ai miei soci, che in questo sono veramente bravi, mi calcolano anche tutte le variabili. Ma i calcoli senza sapere dove agire contano poco.

Tu che hai visto da vicino l’evoluzione tecnica dei mezzi, come pensi possa evolvere il mercato della mountain bike nei prossimi anni?
Penso che il carbonio la farà sempre più da padrone in tutti i componenti, ma questo è già il presente, i prodotti stanno crescendo di qualità in una maniera impressionante e così anche i telai. Negli ultimi quattro anni c’è stata un’evoluzione pazzesca. Si sta andando verso l’affidabilità a scapito della guerra al peso. Meno male, un mercato fatto di bugie e prese in giro non paga. La clientela sta cambiando è più competente, il livello si alza. I produttori quindi devono fare prodotti più seri.

Quale è la filosofia che contraddistingue i tuoi prodotti?
I nostri prodotti nascono per le gare. Vengono generati per offrire ad ognuno le migliori sensazioni di guida possibili. Nascono con l’idea di velocità, funzionalità e anche fruibilità. Deve essere un prodotto da world cup che può usare chiunque sentendosi immediatamente a suo agio su qualsiasi percorso. Dobbiamo mettere il cliente nella condizione di ricevere dal terreno la più bella sensazione possibile.

Come hai scelto i nomi delle tue creazioni, Lion e Lupo?
Son partito dal lupo che è l’animale più versatile in montagna, copre distanze enormi è agile e veloce. Rendeva bene la libertà che uno acquisisce su una bici da enduro. Il Leone di conseguenza, esprime bene la potenza e l’importanza che trasmette il nostro progetto downhill.

Vuoi presentarci la tua arma da downhill Lion?

È il frutto di sedici anni di evoluzione, esperienza e lavoro. È un prodotto semplicissimo all’uso con una resa impressionante. Ci si trova immediatamente a proprio agio e fare passaggi tremendi con estrema facilità. Ha una grandissima aderenza rimanendo però molto reattiva nel comportamento.Veloce nei cambi di direzione precisa in inserimento, accelera in uscita di curva. È molto comunicativa e sincera che è una caratteristica per me fondamentale.

Da un po di tempo hai introdotto la versione in fibra di carbonio della Lion. Vuoi parlarci di un prodotto così raffinato? Dove avviene e come viene preparato?
Abbiamo realizzato il telaio in carbonio monoscocca non per una questione di peso, ma per sfruttare appieno le caratteristiche di questo materiale. È decisamente sovradimensionato perché secondo noi, su un telaio da dh si deve calcolare non solo la normale tenuta strutturale, ma anche la resistenza ad impatti imprevisti. Le fibre sono disposte in modo che il telaio abbia un comfort impressionante. Le vibrazioni vengono letteralmente mangiate dal telaio fino a ridurre notevolmente anche lo sbacchettamento del manubrio sullo sconnesso. Le dimensioni e l’architettura del telaio lo rendono incredibilmente preciso. Anche nelle sezioni più sconnesse si riesce a mantenere la linea con estrema facilità. È un progetto nato bene, prima uscita, prima vittoria. Viene realizzato a Faenza e l’abbiamo progettato in stretta collaborazione, diciamo a 4 mani, con l’ing. Fabrizio Dragoni che è un nome più che conosciuto nella downhill italiana, visto che ha vinto tutte le gare del Gravitalia nella categoria amatori.

Ti sei affacciato anche sul panorama enduro con un modello specifico dal nome Lupo. Puoi parlarci di questo progetto?
La Lupo attuale è nata 27”.5 con un po’ di ottimizzazioni rispetto alla prima versione. Abbiamo ottimizzato l’infulcro sulla corona di 32T che è la più utilizzata. Questo unito al comportamento del leveraggio gli dà una prontezza di pedalata incredibile. Poi abbiamo adottato la Ride Geometry che permette di avere l’angolo sella corretto quando il biker è in sella in quota di sag. Questo vuol dire una postura corretta, zero mal di schiena e niente infiammazioni muscolari anche dopo un’uscita di sei ore. Moltissimi clienti la prendono e la usano come trail bike visto come si pedala bene. In discesa è divertentissima, rimangono tutti colpiti da quanto ti permette di osare e dalla qualità del lavoro della sospensione, da quanto accelera nelle buche e in uscita di curva. Quest’anno Luigi Bianchi del Team Alessi l’ha portata alla vittoria ai Campionati Italiani Enduro, nella categoria junior e Marvin Ray Gamberi ha vinto un circuito di gare. Ci siamo presentati bene anche lì.

Quali sono i progetti futuri per il marchio Pedroni Cycles?
In cantiere abbiamo un po’ di novità. Prima fra tutte la Lupo in carbonio, poi un kit di bielle che determinano tre variazioni di comportamento della bicicletta. Una molto pedalabile per i trasferimenti, una veramente efficace sia in pedalata che in discesa e una che la trasforma in una piccola dh. Abbiamo anche cambiato le tubazioni del carro posteriore che abbiamo fatto realizzare a Dedacciai su nostra specifica. Abbiamo aggiunto un po’ di peso ma abbiamo decisamente guadagnato in rigidità. A grande richiesta stiamo anche lavorando su una 29” pedalabile sui 120 mm di escursione, più tanta altra carne al fuoco.

Ci sono mai stati momenti difficili dal 1998 ad oggi?
Moltissimi, il più pesante nel dopo 11 Settembre. Avevamo investito moltissimo ed eravamo pronti a partire con i distributori esteri, invece si bloccò tutto. Ma questo è un lavoro costellato di difficoltà, dalla reperibilità del materiale, fino alla realizzazione. La gente spesso non si rende conto di cosa vuol dire realizzare un telaio del genere, della montagna di lavoro che c’è dietro. A volte è frustrante essere trattato come un commerciante.

Con una attività così artigianale come la tua che ti assorbe tutta la giornata e difficile staccare completamente?
Direi che è impossibile, poi ci si mette anche il telefono che suona a tutte le ore anche dopocena e i weekend. Devo ringraziare Sherin, la mia compagna per essere così paziente.

In questi anni hai ottenuti parecchie vittorie e risultati. Quale è stato il più significativo?
Onestamente ce ne sono stati tanti, ma i più bei momenti sono stati quelli che ci ha regalato Simone Medici quest’anno. La doppietta nelle prime due gare sarà indimenticabile.

Per anni hai seguito la coppa del Mondo di Downhill. Come sono cambiate le cose secondo te in questi anni?
Stanno tornando i motorhome grossi nei paddock, come negli anni novanta e il livello in pista è impressionante, mentre una volta dopo i primi venti c’era un po’ di calo qualitativo a livello tecnico. Dietro i paddock ci sono sempre quelli che dormono in tenda, e questo è bellissimo. Non si perde il vero spirito della dh. Anche noi ci siamo fatti una qualche trasferta di coppa in tenda. Lo facemmo per scelta, è tutto un’altro clima, tutto un’altro socializzare. Noi facevamo comunella con i cecoslovacchi e gli austriaci. Si creano un’aria e clima impagabile.

Nel tuo Team ha trovato posto un giovane atleta che abbiamo avuto modo di conoscere da vicino. Come hai conosciuto Simone Medici? Vuoi raccontarci della vostra storia?
Simone era un ragazzino che veniva nel negozio dove lavoravo part time dopo il 2010. Alla mattina ero in negozio e al pomeriggio in garage a saldare le dime. Suo papà gli comprò la bici da dh ed iniziò a girare. Io ho seguito molti ragazzi in pista tra cui Massimo Rosson, Giorgio Iannis, Luca Pittino e Davide Don. Tutti hanno indossato la maglia della nazionale. Ma nessuno di loro sapeva ascoltare come Simone. Quando gli spiegavi una cosa, lui la ripeteva esattamente in pista. Quando suo padre agli inizi mi chiese se sarebbe potuto diventare uno forte, io gli risposi “secondo me sì. Non vedo perché tu non debba diventarlo”. Me lo sono portato con me a tutte le gare potendogli insegnare tutto quello che sapevo, di guida, di linee e di gestione gara. Poi in inverno mi chiese se sarebbe mai riuscito a battermi. Io gli risposi ”ti do una gara per starmi dietro dopodiché mi devi stare davanti e anche un bel po’ ”. Invece mi ha battuto subito alla prima gara. Poi mi chiese anche di tenerlo “schisso” come diciamo noi, ovvero stare con i piedi per terra. Ormai è maturato fisicamente ma anche nell’aspetto atletico. C’è bisogno ancora di una qualche piccola rifinitura, ma ormai ci siamo. Questo sarà l’anno dove arriverà a completa maturazione se continuerà ad essere modesto. Sarà il momento più duro per questo, ma è un’aspetto basilare nell’approccio mentale di un campione. Serve per mantenere il focus e non dovrà farsi distrarre dalle facili tentazioni.

Chi è Ernesto, campione del mondo DH categoria M6? Sei stato tu ad avvicinarlo al downhill?
Mio papà, visto che doveva accompagnarmi alle gare, pensò bene di recuperare una bici anche lui e poi si aggiunse mio fratello. Gliel’ho attaccata a tutti. È decisamente un lusso poter fare questo sport con loro è proprio bello.

Quale è stata la gara più bella di te come Atleta?
La mia manche perfetta l’ho fatta a una regionale al Nevegal nel 2010. Per me è una pista storica, forse “La Pista” non ho fatto nessuna sbavatura e sono riuscito ad interpretarla come me l’ero figurata nella mia testa. Dall’inizio alla fine. Una sensazione fantastica. È stato bello anche vincere la maglia tricolore all’Abetone, ma lì l’errore l’ho fatto e anche grosso. Pensavo di aver buttato via tutto. Senza l’errore sarebbe stata una bella manche.

La stagione delle competizioni è alle porte. Ci sono novità in vista per il team ed il calendario gare 2015?
Il team si è decisamente ingrossato. Abbiamo Simone Medici, a cui abbiamo affiancato Tommaso Francardo, uno junior che ha un margine di crescita che definisco importante e altri due u23, Luca Bergamasco e Patrick Milic che arrivano da Trieste e hanno la mentalità giusta per poter crescere ed emergere. Poi tanti master con noi. Simone farà tutta la World Cup e faremo anche un po’ di IXS Cup oltre al Gravitalia, anche se alcune tappe non è che mi esaltino.

Quali sono gli obiettivi per quest’anno?
Noi abbiamo sempre lo stesso obbiettivo. Fare del nostro meglio con la maggior semplicità e serenità possibile.

Hai un ottimo passato da rugbysta. Uno sport molto fisico, dove per avanzare bisogna conquistare poco per volta il terreno. Credi che questo sport ti abbia aiutato nella vita di tutti i giorni?
Mi ha aiutato sotto molti aspetti. Primo tra tutti la mentalità, ma anche il cercare di ricreare quell’armonia e quell’affiatamento che si crea in tutte le cose in cui sono coinvolto. Ho avuto un allenatore che è stato una figura molto importante per me, un esempio di vita, un maestro. Si tratta di Marcello Lamperini, un italiano cresciuto in Sudafrica. Ci ha trasmesso la sua mentalità la sua semplicità, ed è guardando lui che ho imparato ad insegnare, ho avuto il migliore dei maestri. Per questo ho voluto costruire un team intorno a Simone, voglio ricreare la stessa armonia e collaborazione in questo gruppo. Ogni ragazzo dovrebbe avere l’opportunità di vivere in una situazione del genere.

Come descriveresti il tuo carattere in una parola?
Diretto.

Sappiamo che sei un appassionato di musica Hardcore. Come ti sei innamorato di questo genere?
Mi è sempre piaciuta roba veloce fin da bambino grazie alle radio rock della zona. A dodici o tredici anni ascoltavo metal, poi ho scoperto il punk rock grazie a una cassetta che mi ha passato uno skater, il mitico Elia. Erano i Nofx per la precisione. Da li ho abbandonato il Metal, poi visto anche la vicinanza dei RAW POWER (tra i padri fondatori del genere) ho iniziato a capire l’HC e se hai lo stato mentale per comprenderlo davvero, non puoi più farne a meno. Inoltre ha una bella filosofia, basata sull’aver cura di se stessi e del proprio spirito e del DIY, ovvero del fattelo da solo.

C’è una canzone Hardcore che più ami o che ti rappresenta? Perché?
Ci sono interi album di Sick of it all e Rised Fist. Sono un assalto. Un assalto a tutto quello che e sbagliato. È rabbia è passione è una lotta per il miglioramento. È positivo.

Sappiamo che tuo padre è una persona creativa a cui piace costruire cose con le mani proprie. Credi che questa sua passione ti abbia influenzato fin da giovane?
È HC anche lui. Lui è l’impersonificazione del DIY. Lui la fa sempre facile, ha questo approccio mentale fantastico. Per me non è così facile. Prima di iniziare ci devo pensare su e spesso mi perdo. È li tutto il trucco. Se ti viene in mente di fare qualcosa fallo subito o perdi quella spinta positiva necessaria.

Sei un atleta, progettista e costruttore. Tre figure in una, ma quale di queste prevale?
Vorrei che fosse l’atleta, ma quello è finito anche dopo la lista della spesa, diciamo che c’è una forte coesistenza di progettista e costruttore.

C’è un aneddoto o momento bello della tua vita che più ricordi e perché?
Ce ne sono veramente troppi per sceglierne uno, ho quasi trentacinque anni e dovrei scrivere un intero quaderno per raccontarli. Tutto sommato mi sono imbarcato in una vita particolarmente intensa.

La più bella soddisfazione raggiunta in questi anni quale è stata e perché?
Direi questi ultimi due anni e l’ultimo in particolare. I risultati alle gare di Dh e Enduro hanno certificato l’eccellenza del lavoro svolto. Vedere che le notti spese in garage hanno portato qui, alla capacità di realizzare il massimo che io posso immaginare. E la gente lo percepisce. I clienti lo percepiscono, danno valore al nostro impegno, chiamano e scrivono per ringraziarci dei nostri prodotti. Questo è il massimo!

Coltivi altre passioni oltre alla mtb? Come passi il tuo tempo distante dalle bike?
Mi piace moltissimo arrampicare. Fa bene al corpo e allo spirito. Purtroppo ridi e scherza è due anni che non ho il tempo di andare. Lontano dalla bici riesco a stare solo mentre sono in vacanza al mare in una qualche baia isolata. È l’unico momento in cui riesco a staccare e riposarmi e ossigenarmi la testa.

Dove vivi? Sei legato alla tua terra ed alle sue tradizioni?
Vivo in un posto godibile per due stagioni all’anno, in primavera ed autunno, il resto è troppo umido. Mi piace la nostra collina e sono innamorato del nostro Appennino, non amo particolarmente la pianura dove vivo anche se ogni tanto ha il suo perché, ma la pianura in fondo è più pratica. In compenso adoro le tradizioni della mia Reggio Emilia tra cui Il dialetto, il lambrusco i tortelli e i capelletti.

Vuoi spiegarci cosa è il nocino per la famiglia Pedroni?
Una religione! Quasi un unguento curativo. Mio padre lo invecchia in botti di rovere, ne esce un nettare.

Quale è il tuo sogno?
Devo stare attento con i sogni. Perché poi mi viene il pallino di realizzarli.

Vuoi ringraziare o salutare qualcuno?
Ovviamente i miei soci Federico e Massimo, devo ringraziare Sherin che mi supporta (sopporta?) e mi accompagna dappertutto, la mia Famiglia e un gigantesco grazie a tutta la famiglia Poli ed in particolare alla signora Stefani che ci dà un supporto enorme per tantissime cose. Poi in lista c’è il signor Antonio Mattioli che mi ha insegnato i trucchi del mestiere. Un ringraziamento speciale va ad Alessi Bici, che è stato il primo negozio a credere in modo deciso al nostro marchio e alla nostra filosofia. Poi un grazie anche a voi, perché fate del giornalismo vero e questo è diventato una vera rarità in Italia.

Auguriamo a Michele di poter continuare per la sua lunga strada e di raccogliere i frutti di lavoro portato avanti con fatica e costanza negli anni. Come lui ci sono altri piccoli costruttori italiani che hanno dato vita a veri e propri capolavori su due ruote, prodotti fuori dal tempo e dalle mode. Mezzi che l’utente può personalizzare in base alle proprie esigenze, come un vestito di alta sartoria cucito su misura. Il bello è che questi artigiani li abbiamo nel nostro paese.

www.pedronicycles.com

Un grazie speciale ai ragazzi di  Triride Mtb Mag per la concessione di questo articolo dal loro archivio.

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