“Quando ce n’è per me ce n’è per tutti, quando non ce n’è, non ce n’è per nessuno.”

Pier Paolo Marani

Il 1959 è stato un anno importante sotto diversi punti di vista. Possiamo dire un anno che segnò la storia moderna. In Italia si parlava di miracolo economico, mentre la popolazione poteva permettersi di comperare il televisore, il frigorifero e magari una macchina. Nel frattempo Fidel Castro saliva al potere a Cuba, nasceva la bambola Barbie e Modugno vinceva San Remo. Esattamente lo stesso anno nelle campagne modenesi succedeva qualcosa che avrebbe lasciato il suo segno nella storia del gravity italiano. Nasceva Pier Paolo che di cognome fa Marani. Grande personaggio, vulcanico, carismatico e pieno di idee. Un precursore che con ad altri grandi rider italiani ha contribuito alla crescita del downhill nel nostro paese. Questa intervista ha la presunzione di volervi raccontare un personaggio centrale per la scena mountain bike italiana, un personaggio che forse i giovanissimi non conoscono. In particolar modo a loro sono dedicate le parole che seguono, perché scoprano quanto il Randagio, è così che per anni tutti noi abbiamo chiamato Pippo, abbia fatto e continui a fare per le nostre amate ruote grasse.

Come è nato questo matrimonio tra Pippo Marani ed il Trentino, la Val di Sole?
È stato casuale, ero appena stato nominato delegato tecnico della Federazione per il downhill. Dovevo verificare i tracciati, aiutare gli organizzatori e parlare con i piloti. Il mio compito era questo, poi essendo un corridore ero più a contatto con i rider e cercavo di trasmettere le esigenze dei piloti a chi organizzava. Val di Sole voleva una gara mondiale, eravamo nella fase in cui l’UCI chiedeva l’impianto per le risalite al posto dei furgoni. Loro avevano questo progetto, queste cartine con i percorsi disegnati. Assieme a me c’era il delegato UCI Martin Whiteley, attuale team manager Trek World Racing. Insieme a lui abbiamo visto questi percorsi. Quando entrai nel bosco e vidi il terreno pensai subito che era il “mio” bosco e che lì avrei potuto fare quello che volevo. Se loro avessero avuto voglia di fare, mi sarei potuto sbizzarrire. Allora abbiamo buttato giù due idee, c’era un potenziale enorme in quel bosco. A questo punto Whiteley ci chiese di fare una gara per collaudare il tutto e per sentirci più avanti. Molti del paese non ci credevano, qualcuno mi vedeva come il cittadino che arriva da fuori e “bla, bla, bla”. Allora dissi che centocinquanta, centottanta atleti sarebbero arrivati a gareggiare lì, e così fu. Da li in poi venni accettato da tutti e divenni uno di loro. La Val di Sole piacque da subito perché era naturale, tecnica, una delle gare più dure di sempre. Da quel momento nacque il mio amore per questo posto. Ora la mia collaborazione continua con la Val di Sole Grandi Eventi, con persone giovani e con voglia di fare. Aldo Bortati il presidente e Sergio Battistini il coordinatore, sono in prima linea e penso che per i prossimi tre anni, visto che avremo ancora una volta un mondiale nel 2016, raggiungeremo grandi obiettivi.

Ma ad oggi, quando senti le parole “Val di Sole” cosa ti viene in mente?
Le persone, le persone della Val di Sole. Tutta gente che all’apparenza sembra molto chiusa e che invece si è aperta con me. Ciò che ho ricevuto qui da loro non l’ho mai avuto in altri posti. Quando hanno capito chi ero sono stato accolto come uno di loro. Io quando sono la, sono uno di loro, in tutto per tutto. Franco Mattarei, il comandante dei vigili del fuoco, mi ha subito dato una mano in mille modi, mettendomi a mio agio ed aiutandomi con l’attrezzatura. Tante cose le abbiamo fatte insieme, e per questo gli sono molto grato, perché come me è uno che da tantissimo.

Novità per Val di Sole 2015?
Per il 2015 abbiamo fatto il collaudo nel 2014 con la IXS Cup pensando già alla Coppa del Mondo e al Mondiale che ci sono stati assegnati. Già così il tracciato mi sembra buono, ma con me fino all’ultimo non c’è niente di sicuro, perché mi piace sentire tutti i pareri, ascoltare, però poi alla fine faccio come dico io. Ho in mente di fare alcuni aggiustamenti in positivo, ma più per me stesso, perché vorrei che la tappa della Val di Sole non sia la più bella, ma la più dura in assoluto. Adesso tendenzialmente ci sono queste piste fatte nei bike park con salti, curve, contro curve, ma da noi non ci sono queste cose. Con quel tipo di piste il pilota secondo me non ha la possibilità di dare sfogo alla sua creatività e alla sua fantasia. Un percorso fatto di pietre e radici, dove in ogni sezione hai almeno dieci possibili linee, invece lo permette. Spero quindi che diventi il tracciato più odiato da un certo punto di vista, ma quello dove però ogni rider sogna di vincere nella propria carriera.

Nel 2014 l’europeo IXS Cup è tornato in Trentino, come è andato questo test del nuovo tracciato?
È stato molto positivo perché eravamo sotto osservazione da parte dell’UCI che non ci ha dato la tappa di coppa del mondo per il 2014, ritenendo che il tracciato fosse troppo estremo. In collaborazione con l’UCI ho cambiato in parte il percorso, ma sinceramente non lo sento mio. Ma ho già individuato due nuove zone che faranno la differenza e se piacciono ai rider dopo potrò dire che è il mio tracciato. Quest’anno una prova in più è stata anche la pioggia che è caduta durante tutta la settimana prima della IXS Cup. I rider hanno corso qualifiche e finale sotto un diluvio di acqua, ed abbiamo sfatato il mito che in Val di Sole non si può correre se piove.

Raccontaci un aneddoto legato alla Val di Sole.
Ti racconto un aneddoto che mi ha colpito. Una volta ero in una sezione del tracciato e osservavo i piloti. Volevo intervenire perché vedevo che i rider pigliavano sempre dentro, c’era una pietra e venivano fuori male da una curva. Mentre ero lì che cercavo di modificare il tutto è arrivato Fabien Barel e mi ha chiesto cosa volevo fare. Gli dissi che volevo togliere via il tutto, lui mi disse: “quella pietra resta lì perché va bene per tutti”. Il giorno della gara sono stato sullo stesso punto e la linea dove insaccavano il giorno prima non la faceva nessuno. Io non ho tolto niente, perché? Perché durante le prove fanno una linea per non farti capire e poi in gara ne fanno un’altra completamente diversa. Su quella pietra non c’è passato nessuno.

Come vivi il momento della gara?
Durante la gara aspetto che tutti i rider scendano, perché ho piacere che tutti arrivino fino in fondo, visto che conosco tutte le insidie che ci sono lungo il tracciato. Mentre arrivano li saluto, gli do il cinque perché hanno onorato tutto il lavoro fatto da noi. Poi a fine gara esplodo in un pianto liberatorio, perché tutto è andato bene. Sapere che qualcuno si è fatto male mi dispiace sempre, mi sento quasi come se fossi io al suo posto. Come quella volta che si infortunò in prova Cedric Gracia, mi è dispiaciuto un sacco. Non è colpa mia, ma mi è sempre pesato molto perché da lì in poi Cedric ha smesso con il downhill. Anche se ora fa enduro, che secondo me è anche più pericoloso per certi versi.

Come vedi la nuova tendenza dei tracciati moderni pieni di salti e zone lavorate?
Al giorno d’oggi molti pensano che per fare un tracciato bello ci vogliano solo salti. Io credo che bastino due punti in un tracciato per fare la differenza. Anche alle gare nazionali o a quelle minori non serve avere una Val di Sole, basta studiare bene alcuni punti chiave. Ok, può essere che in gara ci siano dei salti e che uno sia obbligato a farli, perché ti trovi davanti un muro o qualcosa del genere. Ma se guardi come saltano in prova i top rider e come saltano in gara vedi che in finale li smorzano, non cercano la spettacolarità. Guardate Bryceland per esempio, se al mondiale in Norvegia lo scorso anno avesse saltato smorzando, anzi “scrubbando” come dichiarò lo stesso Steve Peat di avergli consigliato prima della gara, invece di voler saltare fino dentro all’arrivo, oggi sarebbe il campione del mondo.

Corre voce che vai nel bosco la mattina ed esci la sera per fare trail building. È vera questa cosa?
Sì, molto spesso è così. Io sono maniacale, oggi la vedo in un modo, domani sono capace di cambiare tutto quello che ho fatto, però pretendo che tutti i rider siano sullo stesso piano. Per questo entro spesso nel bosco alle 7 e mezza ed esco alle 9 e mezza di sera. Tutti devono avere la possibilità di dare il massimo, dal primo all’ultimo, ed il tracciato deve permetterglielo, non deve essere un semplice ostacolo.

Quante volte hai fatto su e giù dentro a quel bosco? Riusciresti a quantificarlo?
Non me lo chiedere perché non so darti una risposta. Anche se c’è l’impianto preferisco fare su e giù a piedi. Diciamo che faccio anche dieci volte in un giorno su e giù. Un bell’aneddoto è quando una volta un tifoso, a fine gara, mi ha avvicinato perché voleva fare una foto con me. Io gli chiesi come mai e lui mi disse perché mi aveva visto scendere a piedi e si domandava come facevo a scendere in quel modo lungo il tracciato.

In questi anni hai conosciuto tante persone e sei molto stimato? Come ti fa sentire questa cosa?
Sinceramente mi imbarazza un po’, perché tutto ciò che faccio lo faccio per passione, non per apparire. Mi fa piacere aver conosciuto tante persone, piloti, addetti ai lavori e mi fa piacere l’affetto che mi dimostra tutta questa gente. Questo mi stupisce ancora oggi perché sinceramente non mi sembra di ricambiare ciò che loro mi danno. Io faccio le cose semplicemente perché mi piace farle.

Come hai imparato ad apprezzare il “tè trentino”?
Allora, il tè trentino non è il classico tè e la parola è l’abbreviazione di Teroldego. Io non bevevo, solo qualche birra in compagnia ma non amo più di tanto vino. Una volta arrivato in Trentino ho dovuto sottostare a questa iniziazione. Andavo con la gente del posto nei bar a fine lavoro e mi offrivano sempre da bere. Io gli dicevo una coca, un succo di frutta, tutta roba che non avevano, c’erano solo dei vini bianchi frizzanti e il Teroldego. Allora dicevano: “tre tè”, ed io pensavo, va benissimo, ma invece mi ritrovavo con un bicchiere di rosso Teroldego. Allora, e uno e due e tre volte, ora ho imparato ad apprezzare quel tipo di vino.

Come è iniziata la passione per la bici?
È iniziata da piccolo. Praticamente era l’unico mezzo che c’era in quel periodo. Non è come adesso che ci sono tante cose, c’erano poche cose ed una di queste era la bicicletta. Ma è grazie a mio padre, grande tifoso di Gino Bartali, che mi sono appassionato alla bici. Mi sono trovato per il cortile una bicicletta da ventidue pollici ed ho iniziato a pedalare. E mi ricordo di una storia che mi racconta spesso mia madre, che ha novantadue anni al giorno d’oggi. Un giorno venne giù a cercarmi nel cortile, io avevo sei anni, ma non c’ero, ero via. Quando tornai a casa lei mi chiese dove fossi stato, ed io risposi che ero andato via con i ragazzi più grandi fino a Torre Maina. Sono all’incirca dieci chilometri andata e dieci ritorno, per un bambino di sei anni non sono pochi. Ok c’era meno traffico per le strade, però posso dire che da lì in poi è iniziata la mia passione.

C’è qualcuno che ammiri o da cui hai preso ispirazione, anche dal passato?
No, devo essere sincero. Mi piacciano tante persone per il loro modo di andare in bici, per il modo in cui vivono, ma io sono io. Non mi rappresenta nessuno. Ognuno ha la sua personalità, che sia bella, brutta, cattiva, buona o quella che sia. Mi piace Bartali perché era un uomo con una forza ed un cuore immenso, ma paradossalmente era un perdente pur facendo grandi cose.

Quale è il rider attuale che più stimi?
Parlando dei rider attuali è un bel discorso, è un mondo con mille sfaccettature. Diciamo però che quello che ho più ammirato per come ha cambiato il downhill è Fabien Barel, perché lui ha dato la svolta professionale al mondo della dh. Mentre un altro grande è Peat, perché noi lo ammiravamo per il suo modo di porsi alle gare, di vincerle e di fare delle gran balle. Però mi piacciono anche i tipici rider inglesi, molto selvaggi per il loro modo di vivere le cose, in un modo che noi non ci sogniamo neanche. Da giovani vanno via da case presto ed imparano a vivere in giro per i tracciati di tutto il mondo.

C’è un momento bello della tua vita su due ruote che ricordi con particolare piacere?
Sicuramente sì, a Kaprun in Austria nel 1992, prova di coppa del mondo. La mia prima prova di coppa, dove in qualifica si partiva in seicento. Era la Grundig World Cup, praticamente si partiva in seicento e si veniva giù dalle otto e mezzo di mattina alle sei di sera. Quindi c’era chi partiva col sole e chi con la pioggia e con un finale di pista su una ferrovia dismessa dove si pedalava su grossi sassi con rapporti lunghi. Io ero uno dei più fortunati ad avere una front, ma molti avevano le rigide. Per me fu fantastico qualificarmi ventesimo, e questo mi permise di partire nella fase della gara con un minuto di distacco fra gli atleti e nel bel mezzo delle riprese video live della televisione. Anche lì feci vedere di che pasta ero fatto in gara, centrando una telecamera, sbagliando una staccata su una curva banale. Però è il mio più bel ricordo, cioè il primo ricordo, essermi potuto confrontare con tutti i piloti ufficiali, quello è stato il top per me. Il secondo è quando ho vinto l’Europeo di BMX, ma questa è un’altra storia.

Sei stato Delegato Tecnico Downhill FCI, come è stato quel periodo?
Sono stati cinque anni molto positivi per me perché mi hanno insegnato tanto, ma nello stesso tempo ho capito che anche nello sport c’è una politica, sportiva ma è pur sempre politica. Io non sono un politico, mi interessa ma non faccio il tifo per nessuno. Quindi ritenevo questo atteggiamento sbagliato e spesso tiravo dalla parte degli atleti e se c’era da dare contro davo contro alla Federazione, anche se ne facevo parte. Questa cosa non è piaciuta, e dopo cinque anni ho finito la mia avventura. Mi è dispiaciuto ma sono stati anni positivi e forse qualcosa di buono siamo riusciti a costruire.

Come vedi il livello italiano del downhill. Qualcosa si sta muovendo?
Secondo me sì, negli ultimi anni sì decisamente direi. Ci sono Vernassa, Caire, Von Klebelsberg, Medici, Colombo, Mezzetta e Revelli, ma anche delle brave atlete. Ci sono, come ci sono sempre stati, il problema da noi è che poi si perdono, per vari motivi ma anche perché a volte gli atleti non hanno occasione di fare il salto di qualità. Di provare a correre in gare internazionali e confrontarsi con rider titolati. Il nuovo corso che ha inaugurato Roberto Vernassa, molto competente in materia, sta dando la possibilità a questi ragazzi di partecipare a gare internazionali. In più le gare della IXS Cup permettono un approccio diverso, perché strutturate su dei percorsi che hanno ospitato gare di Coppa del Mondo, per cui già qui è un buon approccio. Io penso che da qui in avanti si possa solo migliorare, se lo lasciano lavorare, perché dobbiamo considerare che la Federazione Ciclistica Italiana è vecchia come mentalità, per loro esiste solo la bici da strada, il resto non c’è. Forse il cross country sta un po’ meglio perché è una disciplina olimpica, ma il downhill non se lo cagano proprio in Federazione. Ma ripeto, se lasciano spazio a Roberto di lavorare tranquillamente le cose cambieranno.

Come vedi il futuro della mountain bike dal tuo punto di vista?
Io penso che in venti anni sono stati fatti dei passi da gigante, tutto è in evoluzione ed il futuro è ancora bello prospero. Ti dirò di più, col fatto che il CIO abbia deciso di fare le Olimpiadi frazionate può essere che in futuro venga inserito anche il downhill, perché prima erano vincolati alle nazioni ospitanti. Quindi credo che c’è ancora tanto da fare. Ma ci sarà un ritorno al passato in chiave moderna, visto che c’è sempre una grande corsa e frenesia tutti i giorni, verranno apprezzati di più i raduni, cioè semplici momenti di aggregazione tra appassionati.

Al giorno d’oggi ci sono nel mercato dei prodotti che erano impensabili fino a qualche anno fa. Come ricordi gli albori del downhill?
Paradossalmente sono rimasti i tracciati e sono cambiate le bici. Noi giravamo sui tracciati attuali con delle bici rigide e forse andavamo più forte noi se si fa la proporzione con bici attuali che ti permettono tutto. Adesso devi cercare dei percorsi ancora più duri e adatti ai mezzi in commercio, ma poi devi anche sapere andare in bici e portarla per bene. Il mercato negli ultimi vent’anni ha avuto un’evoluzione paurosa e ce ne sarà ancora. Più nel downhill che nel cross country, dove sono più standardizzati. Calcola che il cross country è nato dalla bici da strada, hanno cambiato il manubrio alla bici da corsa. Mentre il downhill è stato inventato da zero e poi si è evoluto negli anni. Adesso c’è anche l’avvento delle bici elettriche e potrà essere un nuovo futuro, ok è un altro modo di andare, ma si potranno avvicinare altre persone. Se notate queste bici hanno un sviluppo pazzesco, quelle di due anni fa sono diverse da quelle attuali e sicuramente faranno motori sempre più piccoli e con maggiore autonomia.

Secondo te c’è molta “fuffa” in quello che ci vuole propinare l’industria mountain bike?
Facciamo un passo indietro. Quando c’è stata l’esplosione dell’enduro non ti hanno proposto la bici da enduro, perché c’era già e c’è sempre stata, si tratta della pura essenza della mtb. Alla fine non si è inventato nulla, hanno trovato solo il modo di venderle, altrimenti si vendeva sempre e solo freeride, dowonhill e xc. Secondo me la fuffa c’è stata con il 29″ ed il 27.5″, che potevano forse evitare, due standard in così poco tempo hanno fatto molta confusione tra gli utenti.

Cosa è il Randagio Day, come è nato e come si fa diventare “randagi”?
Il Randagio Day è nato per caso, come succede spesso. L’idea è nata ai Mondiali del Ciocco del ’91, cioè i secondi mondiali mai organizzati nella storia. Io arrivai con una roulotte trainata da una Fiat Uno diesel che faceva fatica a portarla sù. Ci ritrovammo alle tre di notte in questo posto, ci guardammo attorno e qualcuno disse: “Ma chi siamo? Siamo proprio dei randagi“. Io avevo con me una bandiera italiana e ci scrissi sopra “Randagi”. La sera dopo passò davanti un americano e tra un bicchiere di vino e l’altro ci fu subito gemellaggio. Lui scrisse sulla bandiera randagio in inglese. Da lì la nostra roulotte divenne punto di incontro la sera, chiunque veniva lasciava un obolo, una bottiglia di vino, un pezzo di pane, un modo per stare insieme. In breve tempo c’erano due “Casa Italia” una ufficiale in hotel e la nostra, quella dei Randagi. Una volta finito il tutto ci siamo chiesti: “perché non ritrovarci ancora?”. Ed è così che ci trovammo a Creazzo (VI) per due prove, una di bmx ed una di cross country. La volta seguente ci trovammo a Modena sempre in pista da bmx, con un raduno creato per chiunque si sentisse un “randagio”. Cioè pochi soldi in tasca ma sempre presenti alle gare. Questo ritrovarsi era anche un modo per ringraziarci tra noi perché ci davamo una mano durante la stagione. Sicuramente c’era molta più unione che adesso per certi versi. Siamo partiti in venti al primo raduno, all’ultimo eravamo in centocinquanta.

Ai raduni che organizzi riesci a richiamare varie tipologie di bikers ed appassionati, e tutti tornano a casa felici e contenti. Come fai, hai qualche segreto?
Io penso che l’unica alchimia per tenere uniti tutti sia la condivisione, cioè tutti devono essere amici. Che tu sia un crosscountrista o un freerider non importa, tutti si devono conoscere. Questo è un po’ lo spirito del Randagio, tutti uniti, tutti insieme, condividiamo tutto. Poi logico, prepari dei percorsi che vadano bene per tutti e per i vari tipi di mezzi che ognuno ha. Poi importantissimo, bisogna sempre dare per quello che si chiede, pretendere troppo e dare meno non va bene.

C’è un momento della tua vita che più ricordi rispetto ad altri? Che non sia un momento da pilota?
Una bella domanda, perché ce ne sono stati tanti, ma quello che è ancora vivo tutt’ora è quando mi sono fatto conoscere in Val di Sole. Sono arrivato di notte, con la nebbia, non sapevo chi c’era, chi non c’era, e lì mi sono fatto conoscere per quello che sono come persona, perché nessuno sapeva chi fossi. Mi hanno aperto le porte delle loro case, che non è una cosa facile in quei posti lì. È una cosa che mi ha fatto talmente piacere che ancora oggi non so come sdebitarmi con queste persone.

Vuoi parlarci della tua terra? Cosa ti piace?
Credo che il posto dove nasci resta il più bello al mondo. Diciamo che mi piace il modo di vivere che non è stressante come altri posti, siamo in campagna, quindi un altro modo di vivere rispetto alla città. Poi abbiamo le montagne vicine e possiamo sbizzarrirci con sci e bici. Mi piace molto viaggiare, però quando si torna a casa è sempre bello, anche se sono in campagna dove tutti si fanno i cazzi tuoi, non i loro.

Cosa non ti piace, e perché?
Non mi piacciono i falsi, la politica, i voltagabbana e gli arrivisti, non mi piacciono le persone che non hanno rispetto per gli altri. Come non mi piace l’ipocrisia e la falsità, cioè tutto quello che ti raccontano in tv i programmi. Qauando vedo certe cose io sarei per la rivoluzione, per buttar giù tutto. Quando ti fanno vedere questo mondo, questo mondo che non c’è mi da un fastidio… . Questo è solo il mio pensiero ovviamente. Fra tutti ipocrisia, falsità e razzismo sono le cose che più odio.

Quale è il valore a cui tieni di più?
Il valore assoluto è la vita e le persone care che ti circondano. Perché avere veri amici che ti circondano non ha prezzo. Cioè avere persone accanto a te che ti possano aiutare o con cui condividere tutto è un tesoro unico.

La tua è un’anima un po’ da artista? Come ti descriveresti?
Forse sono un creativo più che un artista, ma senza accorgermene però. Il mio essere molto spesso è in controtendenza, perché faccio sempre e solo ciò che mi piace. Anche quando sono in un bosco e penso ad una traccia e poi la creo. In un certo senso mi sento un pittore perché “dipingo” la linea nuova che ho in mente su un terreno vergine.

Il tuo motto è: “Quando ce n’è per me ce n’è per tutti, quando non ce n’è, non ce n’è per nessuno”?
Direi proprio di sì, è sempre stato così. Nel senso che quando c’erano gli anni buoni ed i nostri amici correvano in coppa del mondo, come Migliorini, Zanchi, Bonanomi, Henrin e la Bonazzi, tutti ci aiutavano perché ce n’era. E quando ce n’è per me ce n’è per tutti. In questo modo ci siamo dati una mano ed abbiamo fatto tante belle cose, delle rimpatriate e degli eventi indimenticabili. Se uno è troppo attaccato ai soldi le cose le può fare, ma solo perché ha i soldi per farlo. Ma si può fare tanto anche senza soldi e con più soddisfazioni secondo me, dandosi una mano tra amici.

Che si tratti di coppa del mondo o gara tra amici ci metti sempre la stessa passione, è questo il vero segreto?
Io penso proprio di sì, cioè è più impegnativa una coppa del mondo rispetto ad una gara tra amici, ma dipende anche da che obiettivo vuoi raggiungere. Con un world cup sai che hai a che fare con dei professionisti e puoi esprimere la tua creatività, proponendo cose che loro sicuramente faranno. Mente la parte ludica, quella fatta dai “domenicali”, cioè lo zoccolo duro di chi si allena il sabato e la domenica e al quale io appartengo, mi piace sostanzialmente farli solo divertire. Allora se mi diverto io stesso a fare certe cose penso che forse posso trasmettere questo agli altri. Quindi che sia una gara di coppa o un raduno è lo stesso per me, cambiano solo i personaggi, se vuoi fare le cose fatte bene devi impegnarti sempre.

Come descriveresti il tuo carattere?
Testone, perché quando penso ad una cosa, dritto per dritto ci vado fino in fondo. Sono troppo duro per certe cose e troppo buono per altre. Ma dovrebbe essere l’inverso certe volte. Ma quando mi metto in testa una cosa sono determinato. Come in Val di Sole quando abbiamo fatto il Pippo Jump. Non era previsto, ma era dalla mattina che ci pensavo. Mi dissero che non si poteva fare in quel punto, ma la cosa mi turbava. Poi al pomeriggio decisi di prepararlo grazie all’aiuto di Imo e della ruspa. La scelta fu centrata in pieno.

Trignano, Fanano, Sestola cosa significano per te? Hanno grandi potenzialità?
Sestola (MO) è stata la mia palestra, mi hanno dato carta libera, potevo fare quello che volevo. Mi sono allenato costruendo percorsi, sbagliando, ascoltando le richieste dei rider e mettendo in pratica. Potenzialità ne hanno tantissime e già dal 1996 si parlava di bike park. Inteso come sentieri naturali che si snodano sulla montagna. Quest’anno ho scoperto Trignano, un paese da sessanta persone ma con una vitalità forte. Il caso vuole che a Trignano cascano i più bei sentieri che abbiamo qui sull’Appennino.

Sei un padre ed anche un nonno. Tra qualche anno vedremo tre Marani in giro per i trail?
Questa è una bella domanda. Uno lo abbiamo già perso, cioè il figlio. Diciamo che ha corso fino all’età di dodici anni con la bmx, poi per una caduta ha mollato. Ora sembra abbia voglia di ritornare. Il nipotino la bici ce l’ha, ora vediamo se si appassiona. Non sempre è detto che si possa trasmettere ai figli una passione. Mio padre è riuscito a trasmettermela in tutto e per tutto. Sai mio nonno era bersagliere, mio padre pure bersagliere in bicicletta, sembra che tutto abbia un nesso, un fine. Io ho cercato di trasmettere la mia passione, ma non bisogna mai imporre una cosa, bisogna sentirsela dentro.

Teo “the Dog” è il tuo fido compagno, da quanti anni ti accompagna per i boschi?
Fido compagno? Mi sopporta vorrai dire! Giriamo insieme da dodici anni e mi dispiace che quest’anno l’ho dovuto operare ad un ginocchio, perché sù e giù per i boschi si è fatto male. Diciamo che è una parte molto importante di me e se non ci fosse stato non so come avrei potuto passare momenti molto piatti e difficili.

Come ti piace passare il tuo tempo libero, hai qualche altro hobby?
No paradossalmente non ho hobby, il mio passatempo è la bici. Quando non sono in bici con il mio cane mi perdo dentro un bosco o in posti molto selvaggi sul delta del Po come Gorino, Goro, Scardovari. In questi posti dove non trovi nessuno mi piace ascoltare il silenzio e questo mi ricarica moltissimo. È il modo migliore per ripartire.

Che musica ti piace ascoltare? Sei una persona rock?
Io sono rock nel vero senso della parola, sono nato con Led Zeppelin, Deep Purple e Pink Floyd, ma il mio gruppo preferito sono gli AC/DC, che mi danno una carica bestiale. Però quando sono al lavoro dentro al bosco non ascolto musica. La musica la ascolto quando sono in camera e penso o scrivo qualcosa. Mentre in viaggio mi piace ascoltare le radio locali, quelle di tutti.

Sei un vulcano di idee e sempre in movimento, dove trovi questa energia?
Non lo so, certe volte me lo chiedo pure io come conciliare il lavoro e le altre cose. Cioè, riesco a fare otto ore di lavoro in fabbrica e penso a quello che devo fare. Poi metto assieme tutti i pezzi del puzzle, magari facendo una telefonata in pausa caffè o a pranzo, per organizzare e portare avanti i progetti personali. Mi piacerebbe avere le possibilità di Dan Atherton che ha realizzato la Hardline, se avessi le stesse possibilità che ha lui con Red Bull alle spalle si potrebbero fare grandi cose anche qui da noi. Però mi accontento di quello che faccio e cerco di farlo al meglio.

Dopo questa lunga chiacchierata chi vuoi ringraziare?
Beh, quando negli anni novanta ho iniziato a tracciare delle linee da downhill il mio sogno era poter tracciare per i top rider, un sogno che grazie a tre persone è diventato realtà: Paolo Bevilacqua, Renzo Job e Bruno Suelotto. Grazie a loro ho avuto carta bianca ed ho realizzato il mio sogno. Ad oggi ho fatto il percorso per tre europei, il Mondiale del 2008 e quattro World Cup. Penso di aver fatto un buon lavoro. Yeah!

Se ora molti atleti ed appassionati conoscono, apprezzano e magari praticano il downhill moderno è perché ci sono stati, e ci sono tutt’ora, sognatori ed appassionati che negli anni hanno dato molto a questo sport e fatto si che diventasse quello che conosciamo. Molto spesso senza doppi fini, solo con tanto cuore e voglia di fare, ma soprattutto voglia di condividere. Pier Paolo “Pippo” Marani è uno di questi, e gli auguriamo di poter lavorare sempre al meglio. Grazie Pippo!

Un grazie speciale ai ragazzi di  Triride Mtb Mag per la concessione di questo articolo dal loro archivio.

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